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Il
piccolo borgo medievale di Ari sorge su un crinale a
289 metri s.l.m, in un’incantevole posizione, tra la
Majella e il mare, immerso in verdi e selvaggi
boschi. Questa dorsale domina la confluenza delle
vallate del Dentalo, di Turri e Vallecupa nelle
adiacenze del Tratturo Magno, il cui tracciato
millenario, da L’Aquila a Foggia, rappresentava la
più importante e strategica arteria di comunicazione
con la Puglia e con le mete di pellegrinaggio di S.
Michele al Monte, nel Gargano e la Terra Santa.
La posizione è unica: a pari distanza, solo dodici
chilometri, dal mare Adriatico e dai ripidi pendii
nord orientali della Majella, tra Chieti e Lanciano
nel cuore delle colline teatine. Il territorio
comunale composto attualmente di 5 contrade,
partendo da nord: Foro, S. Maria, Turri, Ari
capoluogo, S. Antonio e S. Pietro, confina a nord
con i Comuni di Villamagna e Miglianico, a Sud con
Filetto e Orsogna, a Ovest con Vacri e ad Est con
Canosa Sannita e Giuliano Teatino.
La sua piccola superficie, (circa 11 km q) si
sviluppa, tra le vallate del Foro e della Venna, con
caratteri orografici tipici del sub appennino
frentano: una fitta serie di colline “a pettine“,
che dal mare risalgono bruscamente a sud-est, su
altitudini di 3 - 400 metri, con profonde incisioni
vallive di torrenti, fortemente stagionali,
tributari del vicino fiume Foro. Queste asperità,
sottolineate vivacemente nella toponomastica
contadina (Valle Cupa, Fosso dei Lupi, Coste
dell’Inferno) hanno favorito, forse più che altrove,
la preservazione di larga parte di macchia
mediterranea ed appenninica, contigua, senza
soluzione di continuità, alla vasta area, assai
prossima, del Parco Nazionale della Majella. E così
in questo territorio, quasi immune dalle
modificazioni del paesaggio che invece hanno
caratterizzato i centri più vicini alla costa,
troviamo superbi scorci di natura
quasi incontaminata, che ci proiettano in un periodo
senza tempo.
Qui, come hanno fatto, e fanno tuttora, molti
pittori, scultori, poeti, letterati, è facile
accostarsi alla natura e farsi cogliere
dall’ispirazione, per comporre o ritrarre.
La particolare morfologia di queste colline e dei
relativi fossi a scarpata, è caratterizzata da
terreni argillosi e arenaceo-marnosi, facilmente
intaccabili dalle acque, sopra i quali vi è un tetto
di conglomerati poligenici (roccia sedimentaria).
Queste inusuali e curiose conformazioni del terreno,
visibili chiaramente quando ci inoltriamo a
passeggiare a piedi o in mountain bike a Valle Cupa
nei pressi dell’ex cava o nell’area del Castello di
Turri, sono costituite da frammenti di roccia
cementati insieme.
Questi terreni soprattutto in corrispondenza di
fossi e torrenti, sono soggetti a frane e
scivolamenti, come purtroppo è avvenuto alcuni
decenni fa a Valle Cupa, dove, una piccola parte del
paese è scivolata giù a valle. Negli scoscesi, dove
invece predomina il bosco, il paesaggio è più
protetto da dissesti e “gode sicuramente di buona
salute”.
In quest’area d’Abruzzo la ricchezza della
vegetazione spontanea è senza pari; il visitatore
che si trova a percorrere l’area di Valle Cupa o la
Venna di Moggio soprattutto, ma anche il Dentalo e
Turri Marchi, attraverso le strade interpoderali che
s’inoltrano nella vegetazione, si vede circondato
dalle verdi chiome dei boschi di crinale che, in
alcune parti scendono fin sui torrenti,
inframmezzate da uliveti, frutteti e vigneti. In
groppa ad un cavallo queste emozioni si vivono in
maniera particolare, vi consiglio di provarle.
Questa è anche l’area dove sorge il “Parco
territoriale dell’Annunziata”, nel limitrofo
territorio di Orsogna. Istituito nel 1991 e
comprendente un territorio di circa 50 ettari,
custodisce un notevole patrimonio ambientale del
tutto comune a quello dei centri vicini come Ari e
Filetto, con qualche eccezione. Qui una fitta rete
di corsi d’acqua affluenti
della Venna, formano un ingegnoso sistema, che fino
ad un recente passato alimentava diversi mulini,
oggi purtroppo in abbandono.
Tra le specie vegetali che compongono questi fitti
boschi troviamo come preponderante la Roverella,
quercia termofila (ama i climi caldi) così chiamata
perché è di taglia minore rispetto al Rovere a cui
somiglia, anche se non si direbbe perché può
raggiungere anche i 20 metri di altezza, e i due
metri di diametro. Poi vi sono il Carpino, l’Orniello,
e il Leccio, quest’ultimo molto comune nelle nostre
zone. Esso è solito insediarsi nelle fessure delle
rocce strapiombanti, e il suo legno è molto duro e
compatto; i nostri antenati lo utilizzavano molto
grazie al suo elevato potere calorico.
Nelle aree scoperte dal bosco vi sono le specie
tipiche della macchia mediterranea come il Mirto, il
Lentisco, nonché il famoso Corbezzolo dalle
caratteristiche bacche rosso chiaro, poi vi sono il
Ginepro, il Prugnolo, la Rosa canina e il
Sanguinello; più raramente troviamo la Ginestra, che
punteggia di giallo le pendici del Colle Castellano
e della località Tratturo verso Giuliano teatino.
Lungo i corsi d’acqua troviamo in maggioranza Salici
in diverse specie, Ontani, Farnie e alcune
suggestive piante acquatiche.
Nei pressi delle acque trovano rifugio Ballerine,
Merli e Scriccioli, nonché le Volpi con le loro
curiose tane. Altri mammiferi sicuramente presenti
nell’ambiente rurale sono il Tasso, il Riccio,
mentre tra l’avifauna trovano spazio la Poiana, il
Picchio verde, la Ghiandaia e la Gazza, per citarne
alcuni. A proposito di acque, al confine tra il
nostro territorio e quello di Filetto vi è un
interessante bacino artificiale denominato “lago
azzurro” di ben 12.500 mq. In questo lago realizzato
per la pesca sportiva, gli
appassionati possono cimentarsi con Lucci, Persici e
Carpe, in un’ambiente particolarmente suggestivo e
rilassante. Da questo luogo volgendo lo sguardo a
sud, in alto, notiamo un colle fittamente ricoperto
di vegetazione, è il famoso “colle delle 9 camere”.
È ricordato dagli anziani come “luogo di briganti”
che circa 150 anni fa si nascondevano in grotte,
dette in dialetto “Chicurummelle”, qui presenti
sulle rupi di arenaria compatta, e scavate
probabilmente proprio da loro. Una di queste
aperture detta “delle 9 camere”, con 9 ingressi
probabilmente comunicanti tra loro, ha dato il nome
all’omonima località di Filetto. Qui nel 1861 si
rifugiava anche Nunziato Mecola detto il Generale,
il più temibile e conosciuto dei briganti. Altre
cavità nell’arenaria si trovavano a Valle Cupa,
grotte scavate nei primi del ‘900 ed utilizzate per
nascondervisi durante il secondo conflitto mondiale.
Negli ultimi anni purtroppo sono state oggetto di
crolli e quindi non più visitabili; resta però il
ricordo di quanti hanno passato settimane li dentro,
per sfuggire ai bombardamenti.
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