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La
descrizione più antica e articolata del comune di
Dogliola è quella che nel 1802 il corografo Lorenzo
Giustiniani pubblica nel quarto volume del
Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli.
Malgrado la sinteticità del discorso, le parole
dell’autore resocontano vivacemente la natura del
luogo: “La sua situazione (di Dogliola) è dentro una
valle circondata da tre vicine colline, di aria non
buona, appena scoprendo un po’ dell’Adriatico verso
oriente, dal quale è lontano miglia dodici e
quattordici dalla città del Vasto.
Il suo territorio confina con Ripalda da oriente che
ne è distante quattro miglia, con Palmoli da
occidente distante tre miglia, con Tufillo da
mezzodìche l’è distante un miglio e da settentrione
con Fresa distante tre miglia. Vi passa il fiume
Trigno che ha origine da Capracotta e Vastogirardi.
Vi è un piccolo bosco chiamato il Piano.
La caccia di volpi, lepri e volatili non è molto
abbondante: e il detto fiume produce barbi e schiemi.
I suoi naturali ascendono a circa 550 tutti adibiti
alla sola cultura del territorio dal quale, oltre il
bisognevole, ricavano grano sovrabbondante da
venderlo altrove ma la massima industria è quella
della coltivazione del riso, valendosi delle acque
del fiume Trigno, che dista dall’abitato circa un
miglio.
Certo, le argomentazioni del Giustignani Rendono con
lucida chiarezza la situazione del paese a cavallo
tra i secoli XVIII e XIX.
Ma pur non raggiungendo la completezza occorre
precisare che si deve al viaggiatore fiorentino
Serafino Razzi la menzione realmente più remota di
Dogliola nella nota di diario del 30 aprile 1577,
ricordando altresì un’etimologia fantasiosa che
vuole il toponimo Tegliola (Dogliola) derivato da
“piccola teglia”.
Ma rispetto alla tradizione orale codificata dal
Razzi, la piccola comunità ne esibisce ancora
un’altra che riconnette a “giglio”, l’originario
valore sematico del nome di luogo.
Ora se le testimonianze indirette su questa
universitas civium sono da ricondurre a quelle
appena citate, molto più ricche e documentate
risultano quelle relative alle fonti archivistiche.
Anzi, almeno due di esse rivestono un’importanza
fondamentale da un lato per la comprensione
dell’atteggiamento protonormanno nei confronti dell’Ordo
Sanct Benedicti; dall’altro perché viene documentata
la traccia più arcaica in Abruzzo di una rivolta
antiangioina e filoghibellina, i cui effetti
negativi si protrarranno durante tutto il periodo di
ancien regime.
Ma andiamo per ordine.
Nell’anno 1115, il giorno 1° maggio, Ugo di
Grandinato dona a Giovanni, abate di S.Angelo in
Cornaclano, il castello di Dogliola con un ampio
territorio i cui confini sono descritti nell’atto di
concessione. Così recita il testo originario del
documento: “Ideo nos Ugo de Grandinato […] damus,
tradimus, concedimus, et confirmamus Castrum
Diliolae, quod nostrum est jure proprietatis et
patrimonis in monasterio Sancti Angeli in
Cornacchiano, et tibi domino abbati Ioanni in
perpetuum cum omnibus possessionibus, et tenimentis,
et pertinentiis suis […]”
Alla redazione dell’atto sono presenti come
testimoni : Adam de Diliola, Paganus de Diliola,
Monaldus de Diliola.
Nel 1267 -dopo l’avvento degli Angioini sul trono di
Napoli- gli abitanti di Dogliola si allearono con i
fautori del partito imperiale “stirpe Federici
imperatori” per sollevarsi contro l’abate S.Angelo
in Cornaclano.
Di fronte a questa situazione di disordine, i frati
benedettini chiedono aiuto ai vassalli di Palmoli
per sedare la rivolta e ristabilire l’autorità
violata.
Rispondendo favorevolmente all’invito del monastero,
i palmolesi riescono a sconfiggere i ribelli “cum
opera virtute et vigorositate bellica” e a
restituire l’universitas di Dogliola ai feudatari.
Il 16 maggio dello stesso anno, dopo aver riunito
tutti gli interessati al suono di campana presso
S.Angelo, l’abate Bonagino di Cornaclano, nel
concedere indulgenza ai ribelli di Dogliola
(rappresentati dai sindaci Guglielmo Grande e
Giovanni Berardi).
Ricompensa del loro intervento i vassalli di Palmoli
con lo jus di pascere,Acquare e legnare (anche
alberi fruttiferi) e nel pernottare nel territorio
di Dogliola.
I palmolesi rimangono in possesso del suddetto jus
fino al 1490, anno in cui, insorgono controversie
con i dogliolesi.
Questi ultimi riescono ad appianarle in proprio
favore con sentenza del S.C. del 1494,m limitando
l’esercizio di quei diritti alla sola contrada
dogliolese di S.Benedetto a Lama.
Nel 1536 si delinea un ulteriore contenzioso tra le
due comunità che viene risolto tre anni più tardi
(1539) sulla base della precedente sentenza.
Sicche, la terra di Dogliola continuerà a vedere
praticati gli usi civici dai palmolesi fin quando,
passata nel 1618 sotto il dominio degli Avalos, i
marchesi del Vasto spoglieranno di quel jus gli
abitanti del comune viciniore, facendo carcerare
tutti coloro che entravano nel territorio di
Dogliola e facendo altresì bruciare i ridotti e le
capanne per le custodie degli animali.
Ma una volta passata sotto il barone Severino
(1699), Palmoli chiede di essere mantenuta in
possesso dell’antico diritto su Dogliola in fprza
delle trascorse disposizioni.
E con una nuova sentenza del febbraio 1712, viene
confermato a questo paese l’antico jus, riservandosi
però la S.C. le provvidenze rispetto ad alcune
pretese del barone dell’università di Dogliola che
avevano fatto istanza, in previsione di sentenza in
favore dei palmolesi, di essere almeno esclusi dal
diritto di costoro i territori demaniali
dell’università di Dogliola e quelli dei singoli
cittadini.
Dopo i Grandinato e l’abbazia di S.Angelo in
Cornaclano, Gentile di Trogisio diventa feudatario
di Dogliola. Nel 1601 Troviamo Lodovico Bozzuti
signore del luogo che per seimila ducati vende il
paese a Dionisio Sanfelice. Due anni più tardi
(1603) per ottomilacinquecento ducati, nuovo
titolare diventa Ascanio di Astolfo di Celenza. Il
figliol di quest’ultimo, Francesco Astolfo, la
svende per appena seimila ducati al marchese del
Vasto Innigo d’Avalos. Sarà poi lo stesso, nel 1629,
che per diecimila ducati trasferirà il feudo a
Girolamo del Barone. Ultimi padroni di Dogliola sono
i Marzi, che la deterranno fino all’eversione della
feudalità (1806). L’infeudazione del paese non va in
ogni caso confusa con il Patronato e la badia di
S.Maria delle Grazie di Dogliola che, al contrario,
pervengono al Principe di S.Buono. Questo
specificato regime feudale prende corpo nel momento
in cui l’abbazia di S.Angelo in Cornaclano e i suoi
feudi (soprattutto Dogliola) vengono passati dalla
curia pontificia all’utile signore di
Fresagrandinaria (i di Sangro). Il primo abate
commendatario da cui dipende la chiesa di Dogliola è
Paolo di Sangro (1517). Dopo alterne vicende, il
patronato è assunto da Ladislao d’Aquino /morto
cardinale nel 1617) per poi essere venduto a Cesare
carcciolo di Santo Bono.
In seguito a ciò, avendo il principe di San Buono
fatto conoscere che il suddetto feudo era stato
posseduto dai suoi avi dal tempo dell’acquisto che
ne aveva fatto e continuava quindi ad essere di suo
utile dominio, riesce a ottenere, contro la Curia
arcivescovile di Chieti (che aveva tentato di
usurpare i diritti sopra l’abbazia di S.Angelo
inCornaclano), con sentenza della Curia del
Cappellano maggiore in data 29 gennaio 1784, che lo
stesso feudo sia reintegrato nel possesso dello
juspatronato e riconfermato al feudatario e ai suoi
successori il diritto di nominare l’abate e gli
altri diritti dal feudo Stesso dipendenti.
Sopravvenuta la legge del 2 agosto 1806, eversiva
della feudalità, il comune di Dogliola promuove
giudizio per la divisione dei demani, ed il
Commissario ripartitore del re, avendo riconosciuta
la qualità feudale del corpo, con ordinanza del 6
ottobre 1810, stabilisce che sia diviso in tre parti
di ugual valore, delle quali due da assegnarsi al
comune di Dogliola e la terza al beneficio di
S.Maria delle Grazie dello stesso paese. Ciò in
rapporto ai beni. Quanto alla nomina del beneficiato
accade che, il 16 dicembre 1824, il principe
Baldassare Caracciolo, in ragione dello juspatronato
e della proprietà di diversi legati più laicali
della sua famiglia, indicando nominativamente
S.Angelo in Cornaclano e S.Maria delle Grazie in
Dogliola, commenda il beneficio a don Gregorio
Caracciolo che fruisce dalla concessione fino alla
morte avvenuta il 10 gennaio 1860. Dopo breve
intervallo, con atto del 6 luglio 1860, il principe
Riccardo Caracciolo investe del beneficio don
Vincenzo Bontempo, parroco di Dogliola.
Capita tuttavia che,nella suddivisione del quarto
badiale tra l’università di Dogliola e l’ex barone,
Seguendo le stesse proporzioni dell’accantonamento,
viene costituita una congrua a favore della
parrocchia di Dogliola di ducati 120 garantita da un
quadro esecutivo così organizzato: due terzi a
carico del comune, il rimanente a carico del
Principe. Finchè vive il Bontempo, nessuna
controversia insorge sul pagamento di questa
passività. Ma la morte del parroco, l’assenza del
Caracciolo, la nuova realtà istituzionale emersa
dall’Unità d’Italia offrono al comune di Dogliola
l’occasione e il modo di ottenere non solo il
diritto di nomina con tutti gli altri diritti
inerenti al Patronato, ma anche la proprietà privata
e allodiale di casa Caracciolo. Il comune investe
del titolo e dei beni don Isidoro de Iuliis.
Senonchè, non avendo il de Iiliis, ricevuta la
nomina di parroco di Dogliola,ma soltanto di
economico curato, e non avendo corrisposta la
congrua garantita dal quadro esecutivo. L’Economato
generale dei benefici, intraprendendo la via
coattiva, agisce contro il principe, il quale, nel
1892, inizia azione legale contro il comune di
Dogliola.
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