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Colledimezzo, le cui origini risalgono almeno al X
secolo, deve il suo nome alla specifica situazione
orografica su cui sorge.
Non tanto il fatto che sia un colle sito tra altri
due, come voleva il Giustiniani, quanto il
particolare che il colle di mezzo, cioè quello
centrale era ed è costituito dal poggio, dove
sorgeva il castello vero e proprio, tra quello
chiamato ancora oggi Castellano e il colle su cui
poi sorgerà la chiesa di San Giovanni Apostolo ed
Evangelista, così come oggi la vediamo. Il suo
territorio in Loc. Fiumali ha restituito ceramica ad
imitazione di vernice nera di età romana
repubblicana, mentre qua e là, soprattutto verso il
Lago è stata rinvenuta ceramica non dipinta più
grossolana.
La leggenda locale vuole che il vecchio sito fosse
ubicato sul vicino Colle Butino, ma in quel luogo
esisteva già un altro abitato, scomparso intorno
alla metà del XV secolo, forse in concomitanza del
grande terremoto del 1456. È più probabile un
accrescimento della popolazione colledimezzese in
quell´epoca proprio a causa di quell´evento.
Nel periodo normanno (1160-1165) il paese, chiamato
Colle de Menso, è possesso di Rainaldo figlio di
Aniba ed è abitato da circa 24 famiglie.
Durante il periodo angioino-aragonese (XIII-XV
secolo) diviene preda di parecchi signorotti di cui
è rimasta scarsa traccia nella documentazione
superstite, fino al momento in cui nel 1462 rientra
con altri 12 feudi nella Contea di Monteodorisio
proprietà della famiglia D´Avalos, in cui rimane
fino all´eversione della feudalità (1806). E´ ancora
viva a Colledimezzo la tradizione secondo cui
l´edificio presso la chiesa di S. Giovanni,
denominato il Castello sia appartenuto alla celebre
famiglia. Ma, in occasione dei restauri subiti,
questo palazzo adibito in epoca fascista ad uso
scolastico, ha restituito tre arcate in pietra a
tutto sesto che farebbero ipotizzare un suo
precedente utilizzo più come abbazia che come
abitazione castellana o meglio palazzo fortificato.
Del centro storico vero e proprio rimangono poche
tracce visibili di mura, porte o torrioni di
guardia; di notevole in particolare la porta
d´ingresso a sesto acuto, che dava accesso alla
"corte" (L.go C. Battisti) del castello e una buona
quantità di epigrafi su pietra, in parte leggibili,
situate sotto il Castello e sotto il sagrato della
Chiesa Parrocchiale.
Questa, ricostruita quasi ex novo da Don Nicola De
Laurentiis (se XVIII), si presenta ad una sola
navata con transetto e due grandi cappelle laterali.
Gli affreschi sulla volta ed i quadri alle pareti
sono opera di Donato Teodoro, pittore teatino, e
della sua scuola, mentre di notevole pregio
artistico è il coro ligneo situato dietro l´altare.
In questa Chiesa è stato rinvenuto e restaurato un
quadro seicentesco, opera di Tanzio da Varallo,
datata da Battistella intorno al 1615, in cui,
com´era costume dell´epoca, è raffigurato il
Committente del medesimo, di cui non è molto chiara
l´identificazione. Molto bello è anche il recente
portone bronzeo d´ingresso, in cui vengono ricordati
il Parroco realizzatore della ricostruzione
settecentesca e l´attuale, sagace conservatore dei
beni ecclesiali e profondo conoscitore delle
presenze artistiche e religiose dell´edificio. Altre
chiese di poco pregio artistico, ma di notevole
antichità sono San Rocco sita nei pressi di Piazza
F. Vizioli, all´inizio di Via Roma (XIV - XV secolo
ca.) e S. Antonio presso il camposanto. Altri
edifici dello stesso genere erano S.Biagio,
all´inizio di Via Centrale e S.Maria, o la Madonna
come ancora oggi si definisce la contrada, il cui
architrave, a metà circa del settecento, come
asseriscono i documenti, fu riutilizzato per il
restauro di S.Antonio. Di queste due chiesette
tuttavia, a parte le notizie archivistiche, resta
solo il toponimo.
La parte più antica dell´abitato preseicentesco si
snodava sostanzialmente o verso la Parrocchiale e
sotto di essa o dietro il Castello, venendo a
comporre una fila continua di costruzioni tra Via
Ponente (ex via Borea) su per il colle e Via
Rinforzi verso la zona orticola. In questo modo il
centro antico, chiuso da una o al massimo due porte,
poteva dirsi abbastanza sicuro. Soltanto in un
secondo tempo, quando la funzione difensiva venne a
decadere, l´abitato cominciò a svilupparsi
all´esterno delle mura venendo a costituire due e,
ancora più tardi, tre direttrici stradali che sono
sostanzialmente quelle attuali. La più antica di
queste è certamente Via Centrale che nel settecento
è probabilmente l´unica e la più frequentata, anche
perché di diretto collegamento con la vicina
Tornareccio e prescelta soprattutto per il servizio
postale. Unita alla strada che partiva dall´attuale
L.go C. Battisti, era la via più breve per scendere
a valle verso il fiume Sangro, dove un´altra strada,
localmente, la Via Vecchia, andava verso Castel di
Sangro. Attualmente questo secondo tratto non è più
esistente dopo lo smottamento del 1973. A metà circa
dell´ottocento si comincia a delineare il tracciato
che prenderà poi il nome di Via Roma, mentre nel
secolo successivo prenderà forma il tracciato di Via
Emilio Vizioli, l´attuale accesso da sud-ovest,
chiamata fino a poco tempo fa "la Via Nova". L.
Cuomo 2005
L. Cuomo 2005
Bibliografia essenziale:
F.Battistella, Un altro dipinto del Tanzio in terra
d´Abruzzo, in Riv. Abr.XLVIII, 1995, 3 (monografia)
L.Cuomo Colledimezzo in Val di Sangro, Lanciano 1989
E.Jamison, Catalogus Baronum, in Istituto Storico
Italiano per il Medio Evo, Fonti per la Storia
d´Italia, Roma 1972
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