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Non
si sa quale sia stato il nucleo originario di Bomba.
Certamente esistevano dei piccoli agglomerati
intorno alle relative chiese (S. Mauro, Casalpiano,
S. Cataldo, S. Antonio, S. Maria ecc). Probabilmente
è stata la posizione a favorire lo sviluppo
dell´attuale abitato. Il nome Bomba compare nelle
pergamene della Curia Arcivescovile di Chieti che
riportavano le tasse pagate dalle chiese e dai "clerici".
Nel 1115 troviamo che i "Clerici de Casali Plano"
pagano tre tareni (tarì, moneta d´oro), S. Maurus de
Bomba paga 7,5 tareni e S. Maria eiusdem castri tre
tareni. Sicuramente la presenza di un primo nucleo
abitato risale a un periodo molto precedente.
Mancano di questo periodo notizie più ampie perchè i
documenti relativi, in possesso dell´Archivio di
Stato di Napoli, sono andati distrutti durante
l´ultima guerra. Dai Registri della Cancelleria
Angioina (raccolta di notizie sul Regno di Napoli
iniziata da Carlo d´Angiò), si rileva che nel 1269
Carlo d´Angiò regalò Bomba, insieme a Chieti,
Lanciano, Atessa, Paglieta e tanti altri comuni
della zona, ad un certo Ranulfo de Courtenay, uno
dei nobili che lo avevano aiutato a strappare il
Regno delle due Sicilie agli Svevi. Qualche tempo
dopo Pietro III d´Aragona, genero di Manfredi,
alimentò la ribellione dei siciliani (guerra del
Vespro), vinse gli Angioini nella battaglia navale
di Napoli (1282) e si fece incoronare re di Palermo.
Da allora ci furono due regni: quello di Sicilia
sotto gli Aragonesi e quello di Napoli sotto gli
Angioini. Le liti tra Angioini e Aragonesi
perdurarono per decenni fino a quando nel 1442 i due
regni furono riunificati da Alfonso I d´Aragona. Tra
i primi provvedimenti presi dal re Alonso ci fu
quello dell´istituzione di un´imposta chiamata
"focatico" che ciascuna famiglia doveva pagare. Per
attuarlo fu necessario censire le famiglie del
Regno. A Bomba risultarono esservi 79 "fuochi" pari
a circa 400 persone. Nel 1500 il feudo di Bomba
contava 121 fuochi (circa 600 persone) ed era tenuto
da Giovanni Maria Annecchino. Questi nella contesa
ormai secolare tra francesi e spagnoli, aveva
parteggiato per il francese Luigi XII contro
Ferdinando il Cattolico. Per questo suo schieramento
fu punito con la privazione de "Il castello di meza
Bomba" che fu assegnato al capitano spagnolo don
Diego Sarmiento. Nella pace del 1505 tra i due
contendenti, Ferdinando il Cattolico e Luigi XII,
quest´ultimo volle garantiti tutti i diritti dei
baroni napoletani che avevano appoggiato i francesi
da Carlo VIII in poi: libertà per i nobili
prigionieri: reintegro nei possessi perduti da parte
di tutti i feudatari, ecc. Non fu, però, possibile
attuare l´accordo. Infatti, come era accaduto per
Bomba, gli spagnoli avevano già ricompensato gli
uomini a loro fedeli, e questi non volevano
restituire i premi avuti senza ottenere
qualcos´altro in cambio. Dal canto suo Luigi XII non
era in grado di far rispettare l´accordo. E così le
cose rimasero come stavano fino a quando il
successore di Ferdinando il Cattolico, Carlo V,
decise di amnistiare quei feudatari che avevano
appoggiato i francesi restando nei loro feudi e di
punire coloro che erano stati ugualmente al loro
fianco mettendosi però a capo di milizie al di fuori
dei propri feudi. Uno di questi fu Giovanni Maria
Annecchino che perse anche l´altra metà del feudo di
Bomba nel 1534 a favore di "Giovanni Genovoyx,
signore di Chalem, per sé e per i suoi eredi". Dopo
diverse vendite Bomba passò sotto la giurisdizione
di Giovan Battista Marino che la lasciò in eredità a
suo figlio Vincenzo nel 1631. Questi morì senza
eredi nel 1674 e il feudo di Bomba tornò in parte
alla Regia Corte e in parte finì ai Domenicani della
Minerva di Roma. In seguito esso fu acquistato dal
cardinale Carlo Pio di Sabaudia che, essendo
ecclesiastico e non potendoselo intestare, lo fece
acquistare per conto suo da un certo Giuseppe
Caravita. Alla morte di questi Bomba passo, per
successione, al figlio Nicola Caravita. Morto anche
il Cardinale Carlo Pio, il feudo fu rimesso in
vendita e fu acquistato nel 1699 dal marchese
Tommaso Adimari. In questo periodo Bomba contava 61
"fuochi" (circa 300 persone), la metà degli abitanti
di due secoli prima. Gli Adimari tennero il feudo
fino all´estinzione della loro famiglia che coincise
quasi con l´applicazione della legge eversiva dei
feudi. Nel 1806, infatti, entrò in vigore la legge
che aboliva i rapporti feudali e consentiva a tutti
i contadini di riscattare le terre coltivate. Da
questo momento inizia l´autonomo cammino del Comune
che, tra difficoltà ed errori procede alla
ripartizione delle terre, alla loro assegnazione,
alla costruzione di opere pubbliche (edifici,
strade, acquedotti) che danno al paese quella
struttura che vediamo attualmente. Il Novecento si
apre con la realizzazione dell´impianto di
illuminazione, del cementificio, della strada di
collegamento alla stazione ferroviaria, delle arcate
di rinforzo alla Ripa e continua, nella seconda metà
del secolo, con la costruzione della diga e della
prima cantina-oleificio sociale d´Abruzzo per
arrivare, ai giorni nostri, alla creazione della
Casa Albergo per anziani, dell´Antiquarium, del
Museo Etnografico e all´opera di valorizzazione
turistica del lago attraverso una serie di impianti
e strutture.
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